VVox – domenica 23 dicembre 2018

Militari gay Usa, nasce a Vicenza Caserma Pride

È la prima associazione in Veneto. Il presidente Gillott: «fino a pochi anni fa discriminati, ma c’é ancora da combattere contro paura». La vicepresidente italiana: «vogliamo coinvolgere anche i vicentini»

Il 15 giugno 2019 a Vicenza sfilerà in parata il Gay Pride. A organizzarlo sono dieci associazioni lgbt riunite nella sigla Vicenza Pride, che dopo un percorso di eventi che si dipanerà in sei mesi, quel sabato festeggeranno il cinquantennale della protesta di Stonewall a New York, data simbolica degli inizi del movimento omosessuale mondiale. Ad aggiungersi alla lista dei promotori ci sarà una realtà particolare, che nasce in un contesto completamente diverso da quello a cui si è abituati quando si parla di mondo gay. Anche se ancora senza timbri e ufficialità, è nata infatti “Caserma Pride”, che è la prima associazione in Veneto di militari e civili statunitensi. Ma «aperta anche gli italiani», precisano il presidente Bert Gillott e la vicepresidente Anna Molon. La sfida non é solo «creare una comunità all’interno delle basi» (Gillott), ma anche «promuovere un’atmosfera di collaborazione e di integrazione tra la comunità vicentina americana e quella italiana, nel tentativo di trascendere e anzi di celebrare le differenze culturali» (Molon).

A ricostruire la genesi dell’iniziativa (che ha dei precedenti ad Aviano e a Napoli) é Gillott: 48 anni di Chicago, responsabile dell’ospitalità e del cerimoniale della caserma Ederle, iscritto all’Arcigay ed ex membro dell’Human Rights Campaign, non è mai stato un attivista, ma ha fatto parte del Glifaa, che raggruppa i lgbt del Dipartimento di Stato. L’idea gli é venuta dopo aver visto gremito il teatro interno ad un incontro del giugno 2018 «in cui sei persone hanno raccontato le loro storie». Uomini, donne e un “intersex” (gruppo più raro, sono coloro che non si definiscono in nessun genere, e vengono chiamati col pronome plurale “they”, loro in inglese). Gillott li intervistava, e si é accorto del grande interesse dentro la base. Prima ancora, nel 2017, anche la Hall of Heroes, la sala di rappresentanza, si era strariempita quando venne in visita Stuart Milk, il nipote di Harvey, il primo politico gay eletto negli Stati Uniti. Insomma, era ora di far qualcosa «per quei soldati, specialmente i più giovani, che hanno bisogno di sapere che c’é qualcuno che li accoglie, così da combattere solitudine, depressione e isolamento».

Gillott conosce quello di cui parla. Quando nel 1988 entra nell’Air Force, «l’essere omosessuali non era concesso», addirittura arrivando a dover scrivere «di non esserlo». Convivere con il divieto di dichiarare quel che si é voleva dire «vivere nella paura di essere scoperto». Ogni telefonata che riceveva dal suo comandante era una stretta in gola, e perfino coi familiari non riuscì a liberarsi dal peso del segreto: «sul letto di morte di mio padre, neanche lì ho avuto il coraggio di dirglielo, e anche mia madre, che mi faceva notare che mio fratello e mia sorella avevano famiglia, é morta senza sapere che per cinque anni avevo avuto un fidanzato italiano». Di casi come il suo «ce ne sono parecchi», nell’ambiente militare. L’abrogazione della regola “don’t ask don’t tell” sotto Obama nel 2011, politica che in teoria avrebbe dovuto salvare gli omosessuali in divisa dall’essere individuati e discriminati ma in realtà portava a escluderli (14 mila hanno perso il posto), é stata sì una svolta legislativa, ma non ancora entrata nella mentalità comune: «prima non ci si poteva fidare di nessuno, oggi non é più così, ma i soldati hanno ancora timore a dichiararsi». Quel giorno, però, Bert se lo ricorda bene: «guardavo la televisione, e vidi l’ammiraglio Micheal Mullen, per cui lavoravo io, dire che il “don’t ask don’t tell” non aveva più senso. Io non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie, e sentendo il mio collega nella stanza che si diceva contrario, dovevo far finta di niente».

La situazione é comunque migliorata: «nelle forze armate Usa l’addestramento prevede una parte in cui si insegna il rispetto per la dignità delle minoranze, contro bullismo, uso di nomignoli dispregiativi e atteggiamenti discriminatori». L’intento di Caserma Pride va anche oltre: «vorremmo agevolare anche l’integrazione e la conoscenza con la cultura italiana. Vogliamo essere come una famiglia aperta». E infatti la pagina facebook che ha inizialmente riunito la comunità americana lgbt si chiama “Vicenza we are family”. Un rapporto di scambio che vede i due Paesi, al momento, posizionati su linee differenti ma al contempo simili, nella frontiera dei diritti lgbt: «dopo la sentenza della Corte Suprema in tutti gli Stati dell’Unione il matrimonio ugualitario é una realtà, ma in una trentina i gay possono perdere ancora il lavoro, o possono essere cacciati di casa se in affitto. In Italia invece non c’è la possibilità di adozione e affido. La situazione é migliorata», conclude, «ma c’è ancora molto da fare sia negli Usa che in Italia».