Risposta all’articolo de Il Fatto Quotidiano “Figli: generare o fabbricare?”

16 gennaio 2013  (pubblicata il 20 gennaio) 

In un articolo intitolato “Figli: generare o fabbricare?”, comparso sul Fatto del 13 gennaio 2013, Politi parla della PMA (procreazione medicalmente assistita) come strumento impiegato (in altri paesi) dalle coppie gay e lesbiche per avere figli. Citiamo per brevità solo la parte che riguarda le coppie lesbiche (il giornalista applica lo stesso ragionamento a quelle gay): “Nel caso di due donne [la procreazione] esige il seme di un invisibile uomo. … [In questo caso il figlio] è privato forzosamente [del] rapporto con una parte delle sue radici psico-biologiche.” Nelle famiglie fondate su una coppia lesbica o gay, dunque, il bambino sarebbe strappato alle sue radici biologiche. Secondo Politi, ciò avverrebbe a causa di “un astratto livellamento nel nome del piacere”. Per il giornalista, insomma, l’omogenitorialità violerebbe l’interesse superiore del bambino, privandolo delle proprie radici biologiche (inscritte nella “lunga storia del Dna di madre e padre”), nel nome di un egoistico bisogno di genitorialità.

Politi omette che la PMA non è il principale veicolo attraverso il quale le coppie gay e lesbiche giungono ad avere figli in Italia e non menziona il fatto che anche molte coppie eterosessuali ricorrono alla PMA. Politi non considera neppure tutte quelle coppie eterosessuali che allevano figli senza intrattenere alcun legame biologico con loro (è il caso dell’adozione). Applicando il suo ragionamento, questi sarebbero genitori meno degni di altri. L’esperienza e la ricerca ci insegnano però il contrario: a fare un buon genitore è la capacità di amare e di prendersi cura dei figli, non il legame biologico con loro. Dunque, l’idea della “naturalità” della procreazione nelle coppie eterosessuali non basta ad argomentare la presunta inadeguatezza delle famiglie omogenitoriali. Anche qui, l’esperienza e la ricerca insegnano che le famiglie omogenitoriali non sono inferiori quanto alla capacità di amare e di accudire i figli.

Servirebbe molto spazio per criticare gli altri punti dell’articolo di Politi: ad esempio, l’idea che crescere con due genitori dello stesso sesso sottragga il bambino alla dinamica che intercorre tra i poli del maschile e del femminile (che dire delle famiglie mono-genitoriali?) oppure l’accostamento tra omogenitorialità e “platonismo”. Come ha recentemente ricordato Travaglio in un articolo del 12 gennaio, ci sono questioni “che è facile buttare sul tappeto con una battuta, ma per essere smontate richiedono molto tempo”. Siccome non è possibile farlo qui, ci sembra importante sottolineare almeno un punto: l’argomentazione che invoca un presunto “dato naturale” ha sempre un certo appeal. Cosa c’è di più allettante che risolvere gli intricati problemi etici della contemporaneità attraverso un magico ritorno alla “natura” (che qui compare sotto la forma della “lunga storia del Dna”)? Ma a uno sguardo più attento e critico, risulta come minimo problematico derivare precetti etici e norme legali da un presunto stato di natura. Ad esempio, la predominanza della famiglia nucleare basata sulla coppia eterosessuale non affonda le radici nella notte dei tempi, ma è un fenomeno storico recente (basta leggere le ricostruzioni storiche di Philippe Ariés e di Michel Foucault per farsene una ragione). Il “dato naturale” è spesso uno scudo dietro il quale si celano posizioni ideologiche e stereotipate, che nulla hanno a che fare con un pensiero rigoroso e critico. L’argomento del “dato naturale”, poi, è sempre servito a legittimare forme di oppressione delle minoranze. Vale dunque la pena di riflettere attentamente prima di impiegarlo.

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