PREMIAZIONE “DI/VERSI”

PREMIAZIONE "DI/VERSI"

PREMIAZIONE “DI/VERSI”
MERCOLEDÌ 12 GIUGNO 2013 – ore 18:00
GIARDINO CIRCOLO TENNIS – VICENZA


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L’EVENTO:

Concorso letterario

Conducono Anna Francesca Basso e Rosalia Cera dell’Associazione Agedo.
Intervengono il prof. Vittorio Adolfato (presidente onorario del Premio) e Marco Pino (presidente Comitato Vicenza Pride).

I testi verranno letti dai ragazzi della scuola di teatro de La Piccionaia I Carrara

Premiazione del concorso letterario “Di/versi” nato dalla collaborazione tra il Comitato Vicenza Pride e AGEDO. L’iniziativa si è rivolta a tutti i cittadini, italiani e non, dai 18 anni in su.
L’obiettivo è dare voce ai temi cari alla comunità LGBT, in particolare quelli della diversità come ricchezza e del superamento della discriminazione sulla base del genere e dell’orientamento sessuale, nella convinzione che la condivisione di esperienze personali possa far comprendere le esigenze irrinunciabili di chi, in una società moderna, laica e solidale, non può e non deve restare nell’ombra.
Una piccola azione, in un momento di grandi cambiamenti.

I lavori migliori saranno pubblicati nel sito del Vicenza Pride.

QUANDO: mercoledì 12 giugno 2013
ORARIO: ore 18:00
DOVE: Giardino Circolo Tennis – Contra’ della Piarda – Vicenza
INGRESSO: gratuito
INFO: www.vicenzapridefestival.it - info@vicenzapridefestival.it

GRAZIE A SMART by TRIVELLATO ... open your mind!


I VINCITORI:

 

Uno splendido pomeriggio per la premiazione del concorso letterario

Mercoledì 12 giugno, ore 18.00, nel bel giardino del Circolo del Tennis (Vicenza, Contrà Barche 53), messo a disposizione da Sergio Maggiolan e dalla Piccionaia I Carrara, si è tenuta la premiazione del concorso Di/Versi, collocata nel ciclo degli eventi del Vicenza Pride Festival.

Hanno condotto Anna Francesca Basso e Rosalia Cera dell’Associazione Agedo in un’atmosfera cordiale e festosa.
Sono intervenuti il prof. Vittorio Adolfato (presidente onorario del Premio) filosofo e storico, presidente dell’associazione “Babele” e dell’associazione “26 settembre” e il presidente del Comitato Vicenza Pride, Marco Pino.

I testi sono stati letti da tre ragazze della scuola di teatro de La Piccionaia I Carrara.
I brani musicali sono stati eseguiti dal pianista Stefano Perini.

I premi in denaro e i diplomi sono stati offerti dal Comitato del Pride e i volumi “Il  ponte di Bassano” dalla Casa Editrice Artistica Bassano di Andrea Minchio.

L’evento è stato pubblicato su:

-  www.cultura.bassanonet.it/magazine/13418.html

- sul giornale di Vicenza del 12.6.2013

- www.vicenzapridefestival.it

 

Un grazie a quanti hanno reso possibile l’evento.

 

 

La graduatoria:

1 premio racconto    Cari amici di Virginia Canali di Parma

2 premio racconto    L’odore del silenzio  di Renata Sveva Folco di Vicenza

3 premio racconto    Il mio ultimo rimpianto di Carlotta Pollini di Radda in Chianti – Siena

 

1 premio racconto                  Alla finestra di Alessandro Betto di Caldogno – Vicenza

2 premio racconto ex aequo  La figlia che non fu… di Giancarla Melecci di Anzola nell’Emila 

                                                                                                                                              – Bologna

2 premio racconto ex aequo  Da sempre la diversità di Ramis Tenan di Lendinara – Rovigo

 

 

 

TESTI

 

1° premio  Racconto

Cari amici                                        di Virginia Canali – Parma

 

Cari amici,

voglio condividere con voi alcuni pensieri riguardanti la mia vita. Tra noi si sono stretti i più bei legami d’amore e affetto, siamo presenti gli uni per gli altri, ce lo ripetiamo spesso. Chiama e io verrò. Ecco, forse questa lettera la scrivo per chiamarvi. Ho capito che non ce la farò senza di voi a trovare il mio equilibrio in questa società. Combatto in silenzio una battaglia senza tregua. Sono inferiore a voi, vi chiederete in cosa: ebbene parliamo di diritti, ma parliamone in modo diverso, parliamo d’amore, sentimento che voi vivete o avete vissuto intensamente. Vi ho sentiti parlare di matrimonio, magari scherzando, ma so che in quelle frasi c’era desiderio di futuro. Ecco, vi guarderò sposare la persona che amate e parteciperò con gioia alla vostra felicità, mi rassicurerà il fatto che se un giorno vi ammalaste la persona che avete scelto in tutto il mondo sarà accanto a voi e che i vostri figli, se ne avrete, avranno sempre un luogo sicuro dove crescere circondati dal vostro amore e da tutti i valori che noi riconosciamo come veri e fondanti. Siete belli e sorridenti per le strade e dovunque. Beati. Ai miei occhi queste normalità diventano privilegi. Per strada la mia ragazza mi ha detto una cosa bellissima, l’ho baciata ma quel momento d’amore è stato interrotto da commenti e risa. Su un treno un uomo ci ha proposto una certa cifra per andare con lui, perché “le lesbiche mi piacciono, io sono di mentalità aperta”. In piscina dei ragazzini hanno continuato a importunarci con proposte, buffonate, scattavano fotografie, si davano del gay come offesa. Potrei andare avanti ma non voglio farlo. Credo che a voi non succeda. Quando vi baciate per strada nessuno vi guarda o vi giudica, quando lo faccio io intorno a noi si crea un pubblico, una giuria, che si crede pienamente autorizzata ad agire. Forse pensate siano cose ignorabili, ma immaginate il vostro amore nella dimensione “pubblica”, continuamente tirato e strattonato da questi episodi, che sono nulla in confronto ad altri non ancora capitati, dico così perché forse la mia è fortuna: tra quegli esempi non figurano atti di violenza fisica. Rispondo a chi interferisce sulle mie azioni, mi difendo, ho una dignità ed un orgoglio, non ho paura, ma so che c’è chi veicola l’ignoranza con le parole, chi invece con la violenza. Un giorno potrebbe succedere che vi racconti anche questo mostrandovi il viso gonfio o dei lividi. Speriamo non accada mai. Confesso che questi “speriamo” mi hanno stufato. Voi mi sembrate fortunati. In realtà non lo siete, o forse sì, credo che non ve ne accorgiate. Normalità. Ora io vi chiedo di rendervene conto. La seppur poca fortuna avuta finora mi è sempre piaciuta condividerla con voi e se mai vi mancasse qualcosa, soprattutto se vi mancassero dei diritti, se vi ponessero in uno status sociale inferiore al mio, ve lo dico con tutta la sincerità che ho nel cuore, mi batterei al vostro fianco o davanti a voi e se qualcosa vi venisse tolto o impedito non esiterei ad unire la mia voce alla vostra nella protesta. Io non voglio chiedere il permesso alla gente, al politico o al vescovo di amare chi il mio cuore sceglie, così come non lo fate voi. Non voglio andare in un altro paese per sposarmi. Non voglio invitarvi alla mia “unione di fatto”, voglio invitarvi al mio matrimonio. Non voglio avere figli con il terrore che potrebbero portarmeli via. Voglio assistere la mia ragazza se si farà male, voglio aprire gli occhi e trovarla al mio fianco se sarò io a farmi male. Non voglio sentirmi negare il diritto alla famiglia da politici che mantengono con i loro privilegi ex mogli e figli di primo letto. Non voglio sentirmi dire da religiosi che proteggono e nascondono preti pedofili che omosessuale è malato. Non voglio per tutta la vita rispondere a commenti o insulti per strada. Voglio andare per strada e non pensarci. Voglio stare sul vostro stesso piano. Vi chiedo di prendere parte attivamente alla battaglia per i diritti omosessuali perché sono i vostri, o meglio i nostri di tutti, oggi fatelo per me, domani magari per vostra figlia o figlio. Questo mondo ci fa dimenticare molte cose, ci fa desiderare molte cose e noi ci ritroviamo spogliati a volere quello che non ci serve o che non nutre la nostra libertà ma anzi, la assottiglia.
Vi abbraccio e vi bacio

  1. Motivazione:

Una lettera, un appello che affronta una tematica tra le più care al mondo Lgbtqi ma anche un manifesto di un mondo, rappresentato dall’autore, che desidera andare oltre le attese di riconoscimento ed è pronto ad impegnarsi attivamente per ottenere un futuro che sia più giusto e migliore. La scelta della forma letteraria, la lettera appunto, arricchiscono il concetto espresso con un senso di autenticità che coinvolge direttamente il lettore.

 

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2° premio  Racconto

L’odore del silenzio                                  di Folco Renata Sveva   – Vicenza

 

“ Ho due occhi, due mani e una bocca, come sempre!” dice Luca a sua madre che prepara da mangiare. “ E sono un medico… e bravo anche…” aggiunge mentre lei gli mette davanti piatti e posate. “ E apparecchio pure la tavola da quando avevo sei anni! ”

E’ amareggiato e deluso.

“  Hai fatto anche lo scout e  sei un volontario del Suem…” dice sua madre con un mezzo sorriso.

Ma lui non ha voglia di scherzare: “ Mamma, ma io come sono per te? Che figlio sono?”

Sua madre ci pensa un attimo: non ci sa fare con i grandi discorsi.

“ Sei un bravo figlio” dice.

“ Non puoi essere un tantino più precisa?” dice lui, che ha bisogno d’altro.

“ Cosa vuoi che ti dica Luca? Sei…una bella persona, proprio una bella persona, secondo me.”

“ Ecco vedi?” fa lui “ Hai detto una bella persona  non  un bell’omosessuale. E’ questo che intendo: io sono e resto tutto ciò che una persona può essere, fra cui un omosessuale. E allora perché per te è così e per lui no?”

Ripensa a quando ne ha parlato a suo padre e lui ha detto soltanto “ Mi dispiace. Come è potuto succedere?” Con l’aria di aver ricevuto una pugnalata. Per cui  se n’era andato sbattendo la porta e da allora non si erano più parlati. Un silenzio pesante, che aveva l’odore acido del dubbio.

“ Io sono una madre,” dice lei “ una madre ama con la pancia, non le servono tanti ragionamenti…A tuo padre devi dare tempo.”

“ Tempo per cosa? Per accettare il mostro? Per farci l’abitudine? E’ proprio quello che non voglio , mamma. Io voglio che per lui non cambi niente, capisci? Perché io non sono cambiato, sono sempre la stessa persona. Omosessuale o etero non fa differenza.”

Sua madre lo guarda negli occhi.

“Hai mai avuto paura Luca?” gli chiede

“ Paura? E di cosa?” risponde lui

“ Del cambiamento, delle cose che accadono prima che tu abbia il tempo di capirle…”

“ E la chiedi proprio a me una cosa del genere mamma?” fa lui.

“ Allora dagli il tempo che gli serve, Luca. Come ce n’è voluto per te.”

“ Ma lui che paure può avere, Cristo? Non sarà lui che dovrà affrontare le difficoltà…”

“ E’ proprio questo il punto, Luca, non capisci? Noi abbiamo paura  di quello che non potremo fare per aiutarti, questa volta, non di quello che potremmo fare…”

“ Me la caverò, mamma.” Dice Luca.

Improvvisamente è tranquillo e si sente più forte.

“ Certo, sei uno scout e un bravo medico, no?” sorride lei.

 

Suo padre rientra per pranzo, poggia il giornale, le chiavi e la posta nell’ingresso.

Come sempre.

“ Mi sono fermato dal meccanico,” dice entrando in cucina “ ha detto che può essere  un problema della batteria. Se mi lasci le chiavi gliela porto io domani mattina.”

“ E’ pronto fra una decina di minuti,” dice sua madre “ avete tempo di dare un’occhiata al giornale.”

Luca va a prenderlo nell’ingresso.

Vorrebbe dirgli di non avere paura, ma non ce la fa.

“ Grazie” dice soltanto dandogli le chiavi dell’auto.

“ E di cosa?” risponde suo padre.

Vorrebbe dirgli di non avere paura, ma non ce la fa.

Gli prende soltanto il giornale e lo divide in due: a lui le pagine della cronaca e a Luca quelle dello sport, poi al momento del caffè se le scambieranno.

Come sempre.

Adesso siedono vicini sul divano a leggere senza parlare, proprio come sempre.

E’ un silenzio leggero, che profuma di sugo al ragù.

 

2        Motivazione:

Il timore del rifiuto ed insieme il desiderio forte di accettazione da parte delle persone più care sono i temi dominanti di questo racconto che si dipanano, quale fil rouge, in una storia ben costruita che ci conduce attraverso l’iniziale dichiarazione delle difficoltà nell’affrontare l’argomento tabù dell’omosessualità, il rifiuto, la rabbia per la mancanza di dialogo per poi condurci alla consapevolezza, forse speranza, che chi ci ama ci guarda per ciò che siamo e ci accetta allo stesso modo. Dinamica genitore- figlio ben descritta.

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3° premio  Racconto

Il mio unico rimpianto                            di  Pollini Carlotta         Radda in Chianti- Siena

 

Era estate, ero tornata dai miei genitori per le vacanze scolastiche, vivevo già da sola e con il ritorno al nido sapevo che avrei goduto di quelle coccole e attenzioni che mi erano venute a mancare. Ero così felice che, quando salii in treno, tirai un sospiro di sollievo, un misto di liberazione e gioia infantile.

La mia coetanea del paese pensava che mi annoiassi passando le giornate a leggere sulla panchina all’ombra della chiesa. Cercò di coinvolgermi nelle uscite con le sue amiche. Fu impossibile rifiutare l’invito quel sabato sera, destinazione: discoteca. Non avrei voluto andarci, ma con la promessa del bar e dei tavolini all’aperto, lontani dal frastuono terrificante, accettai.

Conobbi le sue amiche e lei.

Lei.

Non era di quella bellezza che toglie il respiro, non aveva niente di particolare se non quegli occhi verdi che stregavano, io però non riuscivo a distogliere lo sguardo dal suo viso spigoloso ma dolce. Restò con me, al bar esterno; parlammo senza inciampare in silenzi, con la voglia di raccontarsi tipica di due persone che si trovano pur non cercandosi. Mangiavamo le parole per paura che il tempo scappasse, ridemmo tanto, aveva la risata alta come il suono delle campane a festa. Cercavamo entrambe un contatto senza sapere come fare e, parlando, gesticolavamo sfiorandoci  per attirare l’attenzione dell’altra, pur non essendocene bisogno.

Quando le ore divennero piccole e dovemmo tornare a casa, mi alzai e le porsi la mano, fu un gesto spontaneo, lei la strinse ridendo. Attraversammo la discoteca, passammo tra le persone che ballavano e la sensazione fu quella di essere in una bolla, non c’era niente che potesse disturbarmi, ero felice e non sapevo perché.

Qualche giorno dopo, venne in paese e sgusciammo rapide verso il bosco. La guidavo sicura tra quei sentieri che avevo imparato a conoscere da piccola; il bosco cambiava ogni anno, cadevano gli alberi sotto il peso delle nevi invernali e gli animali trasformavano il sottobosco, ma lo scrocchiare dei rami secchi in alto era una nenia familiare. Ero nel mio mondo e adesso c’era anche lei, che docile mi seguiva tenendo stretta la mia mano.

Tornò il giorno successivo e quello dopo ancora, per me. Quando eravamo insieme era come vivere su un filo teso tra due stelle, era un brivido che non passava mai, era una felicità  pulsante. Era lei. Trascorrevamo il tempo a parlare, ingorde l’una dell’altra, ci sfioravamo appena senza mai osare di più. Capivo che c’era qualcosa di speciale, ero attratta da lei in modo viscerale, ma ne avevo paura, avevo la strana idea che se l’avessi toccata, davvero, non sarei più tornata indietro. Perciò continuai a rimandare quel momento che desideravo e temevo, lo rimandai fino a quando mi fu possibile, poi arrivò il giorno in cui dovemmo salutarci: la scuola stava per iniziare.

Era la nostra ultima passeggiata nel bosco, era l’ultimo momento nella nostra bolla di foglie e terra profumata, era l’ultimo momento che avevo per baciarla. Mi tremavano le gambe mentre mi avvicinavo a lei. Lei mi sorrideva, m’invitava. Fu un tentativo, prima timido e impacciato, poi sentii esplodere le stelle ai due capi del filo, eravamo io e lei.

Rientrai in una casa troppo grande e nella solita scuola. Tutto era come prima, tranne io. Provai a parlarne con una cara amica, mi liquidò con una smorfia di disgusto: ero una lesbica con cui lei non voleva più parlare.

Non rividi la ragazza dagli occhi verdi, mi negai al telefono, non risposi alle lettere, cercai di dimenticare, di sedare la voce interiore che mi spingeva in una direzione “diversa”. Ero di nuovo normale e la mia amica riprese a parlarmi.

Capii troppo tardi che avrei dovuto accettare prima me stessa. Col tempo, è diventato più facile.

Oggi, so che la ragazza dagli occhi verdi è il mio primo rimpianto: per essere stata vigliacca, per aver scelto la comodità al posto del salto nel buio, quel briciolo di pazzia che mi aveva fatto sentire viva e scintillante.

Il mio primo e unico rimpianto.

 

3        Motivazione:

Racconto da sapore quasi adolescenziale che tratta con freschezza ed autenticità la difficoltà di una giovane donna nel prendere la prima vera posizione nel mondo: dichiarare, anche a se stessa, la propria identità fuori da schemi precostituiti che non le appartengono. Il tema del rimpianto, suggerito dall’autore nel titolo, ne fanno al contempo un racconto di una persona matura che  ha, oggi, il coraggio e la forza di affermare se stesso con analisi critica ricordando che, oltre a dover essere accettati dal mondo esterno è importante, come primo passo, sapersi accettare.

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1° premio poesia

Alla Finestra             di Alessandro Betto        Caldogno (VI)

Alla finestra,

con il caffè che borbotta sul fornello

come una voce di sottofondo,

di quelle che ti tengono compagnia

ma di cui sei stanca in partenza

perché sai già cosa dirà, di cosa ti incolperà

per aver fatto… o non aver fatto.

Ormai fuori comincia a fare chiaro e la strada si anima,

lentamente, di figure strette nei cappotti,

anonimi ed inutili, nella fretta di chi

ha un obbiettivo da raggiungere.

 

Non è tornato, ancora non è tornato.

Spegne il caffè e lo versa nella solita tazza,

quella che gli ha portato con gli occhi luccicanti

di bambino innocente,

in una domenica di maggio di tanti anni fa.

Dovrebbe esserci abituata, ad aspettare che torni,

dopo l’ultima delle sfuriate, dopo l’ennesima lite

per il lavoro che non c’è, i soldi che non ci sono,

le prospettive che si sono asciugate

come le lacrime di chi non crede più.

Oggi però la luce è diversa

e non può fare a meno di pensare che,

dopotutto, l’amore è amore anche

quando non si riesce a comunicare.

 

Il tempo ha portato con sé quello

che mai avrebbe pensato di perdere,

il dono prezioso che la faceva sentire

in sintonia con quel figlio che non torna,

e che anche quando è presente

è comunque troppo lontano.

Essere genitore vuol dire sbagliare,

ma questa lezione non ha mai voluto impararla,

perché fa troppo male sbagliare per amore,

e non riuscire ad ammettere che ci sono errori

a cui anche una madre non è immune.

 

I “ti voglio bene” si sono trasformati in “tu non capisci”

e poi i silenzi e poi le assenze.

Sembra ieri ma è passato più di un anno da quando

le ha mostrato con orgoglio quel piccolo simbolo

di un’eterea felicità rubata a fatica ad una società

da cui non si è mai sentito voluto, rispettato.

Quel segno sul polso che sembra una cicatrice,

ed invece per lui ha valso la fatica di un

“amami per quel che sono, non per quello

che vorresti che fossi”.

Una vittoria personale, e la sconfitta di una donna

che si sente atterrita dai fantasmi di colpe

che non sa se ha mai commesso, inchiodata dal dubbio

che le sussurra incessante “Avresti potuto fare qualcosa”

 

Ancora non torna,

e l’ansia le accorcia per un attimo il respiro.

Alza lo sguardo al telefono e meccanicamente

si sfiora il polso nel punto esatto dove i suoi occhi si posano

ogni volta in cui lui le ripete che presto le cose cambieranno

le persone sono pronte ad accettare che

l’amore non ha genere, l’amore non sbaglia.

Ancora non torna, ma presto sarà li.

Allora la paura ed il presentimento,

trasformati dal suo profumo

dolciastro di vestiti e fumo,

saranno nuova linfa per l’incomprensione

e per quella voglia di sparire,

in un ricordo di troppi anni fa.

 

  1. Motivazione:

Ansia e rimpianto, amarezza e difficoltà di relazione sono i sentimenti che questa poesia, stilisticamente fluida,  suscita nel lettore che viene catapultato nell’attesa di un figlio che non ritorna, nel timore di aver perso definitivamente le tante occasioni passate di dialogo e confronto.

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2° premio poesia ex aequo

 

La figlia che non fu …                          di Melecci Giancarla    Anzola dell’Emilia (BO)

 

Mi nutrii nel tuo corpo, madre,

mi dissetai nel tuo grembo, madre,

mi amasti madre?

Forse …

Quel forse sottile e lontano

che taglia come una lamina il mio cuore,

nel cuore di una figlia, tua figlia che non fu.

Neppure una cornice a ricordare

quel tuo volto col mio, amorevole,

forse …

Vivo nella speranza che quel forse …

diventi una certezza,

ma il ricordo vago di quel volto scarno

e pieno di torture che non parlano,

mi sussurrano che il tuo debole corpo

mi ha sì dato la vita,

ma forse … forse …

non voleva la figlia che non fu.

Eppur mi aggrappo a te, ancora,

a quell’emozione che mi esalta

e mi appaga pensandoti,

forse …

quel filo evanescente che tira le corda

del nostro destino mi unisce a te, madre.

Mi amasti madre?

Forse …

 

2        Motivazione:

Poesia dall’impatto dirompente che comunica senza mezzi termini delusione, amarezza, rabbia dove l’amore desiderato e deluso, non riesce a darsi pace e si concentra in una sola accorata domanda che non ha risposta ma che, in chiusura, non riesce a sbarrare completamente la porta ad una possibilità, un “forse” in cui lo stesso autore sembra credere poco ma che esprime, in una sola parola, un bisogno comunque sempre presente.

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2° premio poesia ex aequo

 

Da sempre la diversità              di  Tenan Ramis        Lendinara (RO)

 

Da sempre la diversità richiama

l’eterna lotta tra la mente e il cuore,

tra chi proclama a voce l’accoglienza,

ma poi la nega tra l’indifferenza.

 

Così il colore della pelle scura,

lo sguardo o gli occhi a mandorla orientali,

le origini diverse culturali,

diventano invincibili barriere

 

che oscurano i comuni sentimenti

che ognuno porta impressi nel suo cuore:

l’amore vero e il forte desiderio

di pace, di giustizia e verità.

 

Origini diverse, ma in cammino

per un comune sogno nel futuro

dove saranno le diversità

fermento per far crescere l’amore.

 

2        Motivazione:

 

Poesia dalla musicalità quasi allegra che con ritmo conduce verso un messaggio non di accettazione bensì di esaltazione della diversità come motore di crescita di un  mondo in cui sono i sentieri comuni a creare l’accettazione e non la necessità dell’uguaglianza tra gli individui che li percorrono.

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